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é morto Antonio “don Chisciotte” Coppetelli, grande organizzatore della campagna referendaria per l’acqua bene comune a Fabbrico, comune dove si registrò la più alta affluenza di tutta Italia. Nel 2008 lo avevo conosciuto ai banchetti dove raccoglievamo le firme per il bosco all’aeroporto. Infaticabile, arrivava da Fabbrico e rimaneva li tutto il giorno a volantinare e parlare con chi si avvicinava.

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Tirava aria fritta.

Tirava aria di rinnovamento in questa prima parte dell’anno, dicevano i più. C’erano state le primarie per la scelta del candidato premier. C’erano state le parlamentarie per la scelta dei candidati senatori e deputati, che ok erano un po’ una presa in giro perchè quelli che avevano santi in Paradiso le hanno saltate a piè pari, ma era già un bel passo avanti che legittimava gran parte dei candidati democratici come reale espressione degli elettori. Ne erano infatti usciti nomi anche nuovi che avevano reso le liste molto più presentabili, diluendo un po’ la presenza degli inamovibili ed eterni membri dell’apparato.

Passate le elezioni l’aria di rinnovamento continuava a tirare, dicevano i più. L’empasse dell’elezione dei presidenti delle Camere fu superato con la brillante mossa di metter da parte la Finocchiaro e Franceschini per tirar fuori  una candidatura di pregio come la Boldini (Grasso lasciamolo perdere). L’unica mossa di Bersani di un qualche successo che si sia mai vista probabilmente, addirittura da riuscire a mettere in momentanea difficoltà il Movimento 5 Stelle.

E poi? Poi basta.

Niente più rinnovamento. Calma piatta. L’aria si è fermata che neanche la bassa padana in agosto è cosi asfittica.

Ma era prevedibile che tutto questo decantato rinnovamento null’altro fosse che un maquillage elettorale. I segni che mostravano che in realtà nulla stava cambiando erano evidenti, a partire dalle parlamentarie stesse, pensate in modo da non mettere a rischio le poltrone degli unti dal signore, e proseguendo con i nomi per i presidenti delle Camere che, al di la della carica istituzionale e della grande attenzione mediatica non hanno poi quel gran peso politico.

Nelle ultime settimane l’aria ha ripreso a tirare, e ha fatto crollare il castello di carte. Sono arrivate le poltrone che contano e si son visti i nomi che sono usciti, prima per i fantomatici “saggi” e poi per il Presidente della Repubblica. Su chi sono ricadute le scelte del Partito Democratico per questi importanti incarichi? Forse su luminari della società civile? Forse su nuove leve arrembanti e cariche d’idee nuove? No, nell’ordine sono tornati alla ribalta i Violante, i Marini, i Prodi e, in un ultimo disperato tentativo di rinviare la resa dei conti con la realtà, il capolavoro finale, bassezza mai vista nella storia della Repubblica, istinto di sopravvivenza sopra tutto il resto a partire dal senso della vergogna, il Napolitano bis.

Non è finita. Nei prossimi giorni prepariamoci a sbellicarci coi nomi che una casta che sa di trovarsi  ad un passo da precipizio sputerà fuori per tentare di afferrare gli ultimi minuti di bonus prima dell’epilogo. Il governo dell’eterno inciucio PD-PDL sta per vedere la luce.

Tirava una certa aria. Aria fritta.

PS: la base PD la smetta di addossare tutte le colpe ai vertici. Se negli ultimi anni il PD ha rappresentato la miglior stampella del berlusconismo, la colpa è anche e soprattutto della base che ha troppe volte chiuso un occhio, o anche due, per poi cader dalle nuvole in zona cesarini.

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Web-democracy in Parlamento

imagesLa web-democracy di Casaleggio, la mente del Movimento 5 Stelle, non prevede per il “politico” eletto nelle istituzioni un ruolo da protagonista. Protagonista è l’insieme di cittadini che si confrontano in rete, dove discutono e infine decidono ciò che il politico sarà chiamato a fare. In questa visione non vi è spazio per il protagonismo personale, nessun parlamentare o consigliere a 5 stelle può diventare un personaggio.

Il politico della web-democracy è un cittadino anonimo investito di un compito operativo, è il terminale di un processo decisionale nel quale egli non si pone in cima ma in fondo. Può (e deve, perchè, a conti fatti, è lui quello che sarà sempre meglio informato sull’argomento) proporre, presentare, sostenere e contestare, ma la decisione finale sarà presa da una somma di intelligenze collegate alla rete, alle quali egli è tenuto a rispondere del proprio operato. Non è un fantoccio ma neppure un leader, è un ingranaggio di una più grande macchina.

Questa, che è una mia personale sintesi di quanto ho capito del Casaleggio-pensiero, ovviamente non rispecchia l’attuale realtà del Movimento 5 Stelle. É una (utopica? Impossibile? Folle?) meta futura ma, alla sua luce, è evidente che non possono facilmente giustificarsi casi in cui il gruppo degli eletti nelle istituzioni si divide in base alle convinzioni personali, per quanto legittime possano essere.

Abbandoniamo ora le visioni oniriche per guardare ai fatti. Assieme ai novelli parlamentari entra in Parlamento un uso della rete e delle sue potenzialità in termini d’incremento della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica sconosciuto alla politica tradizionale. I parlamentari a 5 stelle avranno la possibilità di portare dentro al palazzo nuovi metodi di esercizio della democrazia che si affiancheranno ai meccanismi già rodati che abbiamo conosciuto sino ad ora così come, prima del voto, a parlamentarie tradizionali fatte di gazebo e volontari si era affiancata la prima scelta interamente virtuale dei candidati a un’assemblea elettiva.

L’analisi dei pregi e difetti dei due sistemi per stabilire quale sia migliore, o peggio ancora col fine di esaltare il proprio sistema a scapito di quello dell’avversario, è un esercizio assolutamente idiota: meglio sarebbe pensare a un punto di congiunzione dove i pregi dell’uno possano sommarsi a quelli dell’altro, fondendosi in un nuovo metodo.

Non ci aspetta, come strillano i luddisti d’oggigiorno, il Parlamento ridotto a un sito web, non abbiamo davanti la morte della democrazia rappresentativa, ma una sua naturale evoluzione resa possibile dalle nuove tecnologie verso una sempre maggior fusione di elementi di democrazia diretta e partecipativa con i tradizionali meccanismi della rappresentanza. Perché guardare con paura a questa grande occasione?

 Dalla rubrica su http://www.24emilia.com
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Queste 5 stelle

Alla casa di riposo di Baragalla le urne hanno regalato al Partito Democratico un plebiscito che, se replicato a livello nazionale, oggi parole come governissimo, governo di scopo, larghe intese e via dicendo sarebbero confinate sui manuali di scienze politiche. Invece è andata come sappiamo, l’ennesima vittoria sicura che più sicura non si può fino al giorno prima per la sinistra italiana si è risolta nell’ennesima batosta, mentre i dati sul voto alla Camera mostrano che gli elettori under 25 hanno preferito il “salto nel buio” con Grillo.

Fino a quattro o cinque anni fa il Movimento 5 Stelle reggiano – ma all’epoca era ancora il meetup degli Amici di Beppe Grillo – si incontrava con qualche decina di attivisti della prima ora alla Gabella di via Roma, poi abbandonata in favore di altri spazi sempre a basso costo, e si passava la riunione discutendo di inceneritori e Vday, chiedendosi in quale ufficio presentarsi per far domanda di uno spazio per un banchetto in piazza e se fare o no una colletta per comprare un gazebo in offerta al supermercato. Si cominciava ad accennare appena a timide proposte di liste civiche, mica da soli però, ma almeno unendosi ad altre già in pista e di elezioni nazionali se ne parlava giusto per dichiarare che finalmente il tale si era deciso a starsene a casa o che l’altro avrebbe dato ancora una chance al nascente Pd. Qualche iscritto al meetup, credo di ricordare, andava ancora a far da volontario a Festareggio.

Altra epoca.

Oggi un giornale scrive che al Movimento potrebbero spettare la presidenza del Copasir e della vigilanza Rai, sicuramente di qualche commissione parlamentare e forse la presidenza di una camera. Quel gruppetto che si riuniva nelle sale civiche della penisola si è trasformato nell’ago della bilancia della politica italiana, corteggiato da quella parte vincitrice ma senza numeri che non può ora fare a meno del suo appoggio per non suicidarsi definitivamente accordandosi di nuovo col venditore di fumo di Arcore.

Un successo incredibile, arrivato dopo solo quattro anni dalla nascita vera e propria del Movimento e, come ogni trionfo lampo, potenzialmente pericoloso per i suoi protagonisti. Ad un ristretto numero, mi si conceda il termine forse pretenzioso, d’avanguardia solido e coeso che a lungo ha rappresentato la base del Movimento, si è sostituito un movimento di massa nato nel breve volgere di qualche mese, tempo durante il quale i partiti si sono sgonfiati come palloncini forati fino a lasciare sul campo, l’altro ieri, qualcosa come dieci milioni di voti rispetto alle elezioni che nel 2008 riportarono Berlusconi in sella. I flussi elettorali verso le 5 stelle in Emilia Romagna parlano di 25mila voti dal Pd, 55mila dal Pdl e 90mila dalla Lega, secondo Swg.

Buona parte di questa massa sicuramente conosce e condivide i punti del programma grillesco, ma un’altra gran parte altrettanto sicuramente più che per il Movimento ha votato contro i partiti e, veloce come è venuta, velocemente se ne può andare. Tenere assieme persone che sino a ieri l’hanno pensata all’opposto sarà una delle sfide più impegnative per Beppe Grillo e i suoi nuovi parlamentari nel prossimo futuro.

Detto questo, non ci si può esimere da un cenno alle proposte di collaborazione che in queste ore lancia colui che credeva di smacchiare il giaguaro ma è stato messo nel sacco dal grillo. Ci sono centinaia di milioni di euro di rimborsi elettorali in attesa di venir divisi in base al risultato delle urne (mica in base alle vere spese, ci mancherebbe), quale migliore prova di buona volontà e disponibilità al dialogo che rinunciarvi dato che, ormai è provato, non servono neanche a vincere?

 

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Dio ci salvi dai professionisti

“La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente e tautologicamente quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Sono i professionisti della politica, che vivono di politica e sulla politica secondo la lucida e spietata analisi di Max Weber che scrive ‘di politica come professione vive chi tende a farne una duratura forma di guadagno’”. Cosi scriveva Massimo Fini nel suo provocatorio Manifesto contro la democrazia di alcuni anni fa.

La complessità e numerosità delle decisioni da prendere per il governo di un moderno stato democratico rendono, secondo opinione diffusa, necessaria una classe di individui che si dedicano animo e corpo alla politica a tempo pieno, per un certo periodo o fino a farne all’estremo una professione a vita, mentre la maggioranza dei cittadini di quello stato, delegata a tale classe la gestione della cosa pubblica, si dedica ai propri interessi, limitando la propria partecipazione alla vita politica al mantenersi informata su quello che i delegati fanno e partecipando periodicamente al rito elettorale (e questa passività, che facilmente sconfina del disinteresse, la si può facilmente riscontrare nelle basse affluenze alle urne che si registrano in diverse nazioni occidentali).

Questa condizione si può affermare che sia, oltre che comune, anche neutra. Non indica giocoforza l’esistenza di un’elite di menti superiori votate al bene collettivo e neanche di una casta dedita al malaffare ma, è evidente, può facilmente assumere entrambi i connotati e se nel primo caso si può anche ritenere il sistema funzionale, nel secondo i problemi che si pongono sono enormi, dato che sostituire una classe sì inetta ma molto specializzata nel suo mestiere da parte di principianti non è compito facile.

Chiedersi a quale dei due estremi meglio aderisca la classe dei professionisti della politica italiani – non a caso additata come “casta” – sarebbe uno spreco di spazio. Più importante chiedersi come si faccia a pensare che la via d’uscita alla deprimente situazione in cui si trova il paese possa essere ricercata affidandosi ancora a essa e alle solite, eterne facce che da due se non tre decenni si aggirano per le aule parlamentari. Dalle otto legislature dei Fini, delle Bonino e dei Casini, alle sette delle Finocchiaro e dei D’Alema, alle sei dei La Russa, dei Rutelli e dei Maroni, alle cinque delle Bindi e dei Tremonti, senza contare gli immortali con tal Giorgio la Malfa, parlamentare da record, quasi ininterrottamente seduto sullo scranno dal lontano 1972.

Quale soluzione, se non ripartire da zero? Quanta fiducia ancora accordare a costoro? Pensare che i professionisti della politica risolleveranno la situazione è come pensare che capitan Schettino, dopo aver centrato lo scoglio, abbia salvato la nave.

Dalla rubrica su www.24emilia.com
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Contro il meno peggio

Qualcuno mi dice che voterà PD, perchè vuol essere sicuro che l’uomo di Arcore non torni al potere. Quando gli dico che la falsa alternanza tra PD e PDL è uno dei peggiori inganni della nostra politica mi risponde che, comunque, uno è meno peggio dell’altro.

Posso anche esser d’accordo, ma non vedo in ciò una valida giustificazione per continuare a dare il voto a chi ha contribuito in modo determinante a portarci all’attuale situazione di sfacelo etico, economico, sociale.

Ti tagli un dito e la ferita si infetta, devi curarti. Votando PDL ti salvi tagliandoti il braccio, votando PD ti salvi tagliandoti solo la mano. Oppure prendi un antibiotico e disinfetti la ferita. Chiaro il concetto?

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La vittoria culturale

Appena pochi anni fa il Parlamento italiano raggiunse l’imbarazzante primato di ospitare il maggior numero di inquisiti e farabutti conclamati (ossia condannati) al mondo, e le stesse persone che oggi invocano la pulizia delle liste elettorali, all’epoca bollavano come estremista e demagogica la proposta di legge presentata da Beppe Grillo per escludere dal Parlamento i condannati dal primo grado in poi. Da allora la sempre più diffusa consapevolezza dell’indegnità della classe politica e la crescente repulsione verso la Casta da parte dell’opinione pubblica, hanno obbligato i partiti a correre ai ripari, tentando, in extremis, una rettifica per salvare il salvabile, copiando a man bassa da quei soggetti che di etica e legalità hanno fatto le proprie bandiere.

Intoccabili come dell’Utri e Cosentino che sino a ieri apparivano inamovibili sono ufficialmente esclusi dalle liste del Pdl. Di candidature di ballerine e soubrette non sia ha notizia o, almeno, non vengono messe in mostra. Nel Pd si sono addirittura accorti che tal Vladimiro Crisafulli, già parlamentare, consigliere regionale, assessore e tante altre cose è diventato di colpo “impresentabile” e messo da parte, nonostante l’appetibile pacchetto di voti in dote.

Piccoli passi e in larga misura operazioni di maquillage dovute alla paura delle urne incombenti – più che giustificata, dati i recenti risultati siciliani – e forse destinate a perdersi ad elezioni passate, ma che sanciscono la vittoria culturale dei numerosi movimenti civici indignati e apartitici impostisi sulla scena politica degli ultimi anni, nati in risposta alla malapolitica imperante e che, con l’impronta da essi lasciata nell’opinione pubblica, stanno obbligando i partiti ad inseguire e ripulirsi per tentare di recuperare il terreno perduto.

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