Futuro in università?

L’ambiente universitario non mi dispiace affatto, anche pensando al post laurea. Tuttavia il Governo del merito e dell’innovazione pare metter i bastoni tra le ruote.

La ricerca nella nebbia, di Andrea Maurino. http://www.lavoce.info


In questi giorni si è conclusa al Senato la discussione del disegno di legge Gelmini sulla riforma dell’università italiana. La riforma vuole ispirarsi a principi di meritocrazia, meccanismi competitivi e premiali fra le università e i singoli docenti e ricercatori. Tuttavia, la credibilità di tali impegni si misura sulla capacità del governo di passare dalle parole ai fatti. La vicenda del bando “Futuro in ricerca” per i giovani ricercatori rappresenta l’ennesimo esempio di un sistema con meccanismi opachi e lenti e finanziamenti incerti.

CHI VALUTA. E COME

Il bando “Futuro in ricerca”, lanciato nel 2008, ha come obiettivo “il ricambio generazionale, il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti e già presenti presso gli atenei e gli enti pubblici di ricerca” tramite il finanziamento di progetti di ricerca composti da soli giovani ricercatori.
L’idea di un bando destinato ai giovani riprende l’analoga esperienza europea promossa dall’European Research Council (Erc) degli Starting Grant, tuttavia dimentica di assorbirne le cultura della trasparenza nella selezione dei progetti.
Un anno dopo la pubblicazione del bando, il ministero raddoppia i fondi a disposizione e con il decreto ministeriale n. 755/Ric. del 18 novembre 2009, destina altri 50 milioni di euro per i giovani ricercatori, facendo così salire a 100 milioni l’ammontare, teorico, di “Futuro in ricerca”.
Il processo e i criteri di selezione attuati per “Futuro in ricerca” dimostrano ancora una volta la distanza fra le promesse di competitività e meritocrazia e i fatti concreti. Secondo quanto previsto dal bando, la nomina della commissione di valutazione e il peso dei criteri di valutazione avvengono dopo che le domande di finanziamento sono state presentate. Nel caso degli Starting Grant, invece, non solo sono esplicitamente indicati i criteri, ma prima della scadenza del bando, sono anche resi pubblici su internet i manuali a cui i reviewers devono fare riferimento per la valutazione dei progetti. La commissione scientifica di “Futuro in Ricerca” è formata da solo tre esperti (italiani) per ognuna delle tre commissioni che si occupano di valutare progetti nelle aree Life Sciences (LS), Social Sciences and Humanities (SH), e Physical Sciences and Engineering (PE). Per gli Starting Grants ogni area aveva diversi sottopanel, per un totale di venticinque commissioni, ognuna con circa quindici esperti a cui si devono aggiungere i revisori dei progetti. Proprio la scelta di prevedere solo nove persone per sovraintendere al processo di valutazione di progetti di ricerca che spaziano su tutto il sapere umano spiega, molto più di tante parole, la differenza con i processi di valutazione in cui il merito di una proposta viene effettivamente considerato.

LE VICENDE DI UN BANDO

Nonostante queste difficoltà, il bando ha un successo strepitoso fra i giovani ricercatori italiani: vengono presentati ben 3.700 progetti. La prima fase della valutazione si conclude con l’emissione di due decreti a circa un anno dalla data di emissione del bando.  In totale, sono selezionati 204 progetti, si tratta del solo 5 per cento dei progetti presentati. Ci si aspetterebbe che, vista la concorrenza, la valutazione sia stata seria e scrupolosa. Purtroppo, non sembra che sia andata così.
Ogni progetto è stato revisionato da un solo reviewer, spesso italiano. Si può facilmente intuire come affidare la decisione se ammettere o meno un progetto al finanziamento a una sola persona renda la selezione fortemente legata all’interpretazione che ne ha dato il singolo reviewer, alle sue competenze, al tempo che ha avuto a disposizione. I progetti ammessi ai finanziamenti sono quelli che ricevono una valutazione pari a 40/40, i molti altri con 39/40 non superano questa fase. Ma, a volte, la differenza fra 39/40 e 40/40 è sottile e non mancano valutazioni che sembrano affrettate o superficiali. Prevedere, come è prassi nei bandi europei, tre reviewer al posto di uno avrebbe certamente migliorato la qualità del processo. Sarebbero tuttavia servite ulteriori risorse economiche e gestionali, che sembra manchino al bando “Futuro in ricerca”.
I progetti approvati sono stati ammessi alle audizioni con le commissioni, che alla fine li hanno suddivisi in tre gruppi: “finanziabili”, “finanziabili ove le risorse disponibili lo consentano” e “da non finanziare”. Anche in questi caso, non è noto quali siano stati i criteri di assegnazione alle diverse fasce, soprattutto alla luce del fatto che le audizioni orali non sono entrate nel merito dei progetti. Il 4 aprile del 2010 è stato pubblicato l’elenco di progetti ammessi al finanziamento: in totale sono 105 progetti, pari al 3 per cento di quelli presentati. Scorrendo il decreto si scopre che il finanziamento effettivo è di soli 45 milioni di euro e dal testo è scomparso qualunque riferimento ai 50 milioni aggiuntivi previsti dal decreto 755/Ric. del 18 novembre 2009.
Come si usa dire, “il diavolo sta nei dettagli” e anche se lo scopo di “Futuro in ricerca” è certamente nobile, la storia del suo svolgimento sembra suggerire che senza una gestione chiara e trasparente del processo di valutazione e di assegnazione delle risorse, l’incoerenza fra l’enunciazione dei principi e la pratica risolve il tutto in un slogan pubblicitario con scarso effetto reale.

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