Paese che vai, festa che trovi

Nell’estate che ormai si chiude ho assistito ad un evento che mi ha dato da riflettere circa la considerazione di cui l’istruzione e la cultura godono in due paesi del mondo molto diversi tra loro. Sul finire di agosto ho avuto la fortuna di trovarmi a Managua, capitale del Nicaragua, nel giorno in cui si celebrava il trentesimo anniversario della famosa Crociata Nazionale dell’Alfabetizzazione.

Nel 1980 i sandinisti avevano preso il potere da un anno, dopo la rivoluzione che aveva portato alla cacciata del dittatore Somoza, e la campagna di alfabetizzazione del paese fu la prima grande riforma lanciata dal nuovo governo. Si trattò di un evento probabilmente unico al mondo, al quale parteciparono come volontari, pare, almeno mezzo milione di nicaraguesi che in pochi mesi abbatterono drasticamente il tasso di analfabetismo.

Trovandomi in Nicaragua per un viaggio a metà tra il tour turistico e l’indottrinamento politico, le notizie di questa festa nazionale mi avevano accompagnato per le tre settimane precedenti pressoché ogni giorno, creando in me una strana aspettativa nei confronti dell’evento. Avendo l’Italia e le sue festività come unico metro di paragone faticavo a credere a quel clima di entusiasmo che da giorni si avvertiva.

Arrivati infine al giorno dell’anniversario ci appostiamo poco fuori città, in attesa della carovana d’auto proveniente dal nord del paese il cui arrivo avrebbe segnato l’inizio della festa (è una specie di festa itinerante). C’infiliamo in mezzo ad una chilometrica colonna di auto, pick up, pullman e moto piene di gente in piedi sui tetti, urlante fuori dai finestrini, aggrappata ad ogni appiglio dei mezzi.

Centinaia di bandiere multicolori sventolano per la lunga strada che termina in Plaza de la Revoluccion. Da un lato il vecchio Parlamento con un modesto palco montato davanti, dall’altro l’antica cattedrale in rovina dai tempi del terremoto del ’72 e in mezzo alla piazza, per l’occasione piena di sedie di plastica in file ordinate, un pennone alto almeno quaranta metri sulla cui cima sventaglia armoniosa una bandiera di dimensioni a dir poco ciclopiche.

Mi aspettavo un certo ordine, ma nulla di simile era previsto. Polizia molta, ma l’allegro caos latino americano la fa da padrone con migliaia di persone ridenti che indossano in gran parte magliette di determinati colori a seconda dell’università o gruppo studentesco di appartenenza.

Gruppi e gruppuscoli d’ogni sorta si muovono in cerca di uno spazio dove piazzarsi, da volontari peruviani a gruppi d’anarchici spagnoli, reduci della Rivoluzione e icone del continente sud americano che si incrociano sulla piazza. Rigoberta Menchù assediata dai giornalisti non si tira indietro alla richiesta di foto dei pochi europei che la riconoscono.

Nessun posto riservato alle autorità nelle prime file, chi arriva si siede dove vuole, e gruppi di giovani esagitati si piazzano ad un paio di metri dal palco da dove il Presidente Ortega parlerà a breve. Probabilmente nel mio girovagare per la piazza avrò più volte incontrato ministri e personalità importanti, impossibili da riconoscere tuttavia.

Aboliti giacche e cravatte, la tenuta più formale sono le maniche di camicia. La differenza con quanto mi aspetterei in Italia in una simile occasione è estraniante. Quando la piazza è piena parte la musica, si proprio la musica: l’inno nazionale è intramezzato a brani di musica rock e canti patriottici anch’essi remixati come in discoteca, la piazza è un mare mosso da migliaia di persone urlanti che ballano, cantano, si arrampicano sulle spalle dei vicini e un muro di bandiere e torri umane impedisce la vista in ogni direzione.

Gli studenti organizzati si avvicinano al monumento commemorativo del comandante Carlos (eroe della Rivoluzione) e rendono omaggio al grande difensore dell’istruzione universale salutando e gridando forte “pugno chiuso libro abierto!”. Il discorso delle autorità ha tutta una sua solennità nonostante sia quanto di meno retorico possa udirsi.

Dopo i primi relatori Daniel Ortega appunta al petto di alcuni ospiti degli speciali riconoscimenti per meriti culturali. È anche lui in maniche di camicia e, quando inizia a piovere, tira fuori un cappellino da baseball e va avanti sotto l’acqua. La manifestazione si scioglie verso sera e la festa prosegue sulle strade del ritorno, sempre sui tetti dei pullman.

Il giorno dopo provo a pensare alla stessa celebrazione se si fosse tenuta in Italia, dove, 25 aprile e primo maggio a parte, le feste nazionali sono un monumento al formalismo, alla retorica e alla mancata partecipazione popolare. Mi immagino quindi il luogo, magari una piazza, ma più probabilmente qualche oscuro palazzo, con le prime file occupate da una lunga teoria di personaggi incravattati e impettiti, professoroni ultracentenari e politici a far bella mostra di sè.

Pressoché assenti i giovani, eccetto quelli al sit in di protesta contro i tagli selvaggi alla pubblica istruzione poco distante. Oratore in rappresentanza del mondo della scuola ovviamente il Ministro Gelmini, che decanta l’importanza di un sistema scolastico efficiente e al passo coi tempi, col solito corollario di balle sulla riforma a cui ci ha abituato di questi tempi.

I veri protagonisti del suddetto sistema, ricercatori e insegnanti, hanno preferito anch’essi presenziare al già citato sit in. L’intervento di Napolitano è il clou della giornata, nonché il momento in cui metà dei presenti cadono in un sonno profondo quando l’inquilino del Quirinale passa la prima ora di esternazioni retoriche e va avanti imperterrito (non a caso è stato ribattezzato Morfeo Napolitano…).

Forse il paragone è improprio, perché ogni paese ha le sue feste nazionali e il suo retaggio, ma quello che ho visto in Nicaragua mi ha sconvolto. Dopotutto non si trattava di un anniversario dell’indipendenza o della vittoria della rivoluzione sandinista, ma della sconfitta dell’analfabetismo, evento storico si, ma non tale da far pensare all’estasi collettiva della folla in Plaza de la Revoluccion…Tutto ciò mi ha chiarito la considerazione in cui i nicaraguesi tengono l’istruzione.

Ritornare in Italia ed assistere al botta e risposta sulla cosiddetta “riforma” del sistema universitario, che mette in ginocchio gli atenei, umilia i ricercatori e danneggia gli studenti, leggere dei tagli miliardari ad un bilancio per l’istruzione e la ricerca già fanalino di coda in Europa e assistere alla progressiva svendita del nostro sistema educativo, mi ha chiarito la considerazione in cui la teniamo noi.

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