Human development

Human development, cioè sviluppo umano. Pochi giorni fa ne è uscito il ventesimo rapporto mondiale a cura dell’UNDP, l’ufficio delle Nazioni Unite che si occupa di sviluppo, ed è oggi a mio avviso il modello economico più interessante in circolazione in alternativa al liberismo dominante e alla dittatura del PIL.

Da decenni siamo abituati al PIL come l’unica misura davvero importante per valutare la situazione di un paese, se il PIL cresce è tutto ok, se decresce sono guai (anzi, se ha crescita negativa, ossimoro di moda perché solo pensare ad una decrescita ci terrorizza). Il PIL misura il valore delle merci e dei servizi prodotti in un paese in un determinato periodo, insomma la ricchezza materiale, il reddito. La sua giustificazione sta nella logica del paradigma economico dominante che vede nel reddito l’unica misura di benessere della persona. Guadagni molto? Allora stai bene, guadagni poco? Pirla, non c’è altro da dire, la condanna è inevitabile.

Le cose, è ovvio, non stanno cosi. Il benessere non dipende solo dal denaro a disposizione perché l’uomo non è solo un consumatore, ma è una creatura complessa, multidimensionale, ha bisogno di altro oltre ai beni materiali: bellezza, relazioni, salute, conoscenza, diritti… Si può affermare che un ricco malato terminale e solo stia meglio di un povero in perfetta salute e buona compagnia?

Lo sviluppo umano nasce su queste basi: la buona vita non dipende solo dal reddito, ma deriva dalle relazioni tra una lunga serie di condizioni che influenzano la vita umana in maniera determinante per la sua felicità: la salute e l’aspettativa di vita, l’accesso all’istruzione e alla conoscenza, la parità dei diritti, l’autostima, l’uguaglianza tra i sessi, la libertà, le relazioni col prossimo…

la vera ricchezza dell’uomo consiste nella possibilità di realizzare le proprie aspirazioni, e la possibilità di farlo, di decidere che tipo di vita condurre, deriva da una corretta “mescolanza” delle condizioni sopracitate. Una società virtuosa è quella che si preoccupa di aprire le porte di ogni possibilità ai suoi componenti, non quella che si limita a farne aumentare il reddito.

Per misurare lo sviluppo umano si fa ricorso all’human development index, sviluppato dal grande economista Amartya Sen, che da una misura del grado di sviluppo umano raggiunto da una comunità, cercando di considerare tre dei principali elementi che influiscono sulla vita delle persone: il reddito pro capite, la scolarizzazione e l’aspettativa di vita.

Da 20 anni il report globale misura l’indice per ogni nazione e le mette in ordine decrescente. Al primo posto il miglior paese per vivere e all’ultimo… ci siamo capiti no? (per la cronaca, il primo è la Norvegia e l’ultimo è lo Zimbabwe). Inutile dire che rispetto alla classifica dei PIL la visione del mondo che ne otteniamo è ben diversa.

I paesi migliori sono quelli dove le persone vivono di più, sono più istruite e più ricche, ma per ottenere un buon risultato non si può esser solo ricchi o solo colti, un mix equilibrato è indispensabile per piazzarsi bene, spingere solo su una delle tre componenti non paga molto.

Cosi vediamo paesi come la Nuova Zelanda, l’Irlanda, il Liechtenstein e i paesi scandinavi primeggiare alla pari dei giganti del PIL come USA e Giappone, e ci stupiamo di trovare moscerini economici tra quelli a maggior livello di sviluppo umano: Andorra, Islanda, Malta…

Alcuni esempi ci danno il metro della rivoluzione portata da questo approccio,  che toglie al reddito il primato e lo mette a pari importanza con salute e istruzione. I 25.000 $ annui che guadagnano i neozelandesi vengono prima degli 81.000 $ degli abitanti del Liechtenstein, i 79.000 $ di un ricco ma ignorante abitante del Quatar non bastano a garantirgli più benessere di un islandese colto che guadagna 4 volte di meno. La Guinea Equatoriale ha un reddito pro capite che non sfigurerebbe neanche nell’opulenta Europa occidentale (22.000 $ annui), ma li si campa appena 50 anni e il paese è stracciato in classifica dai miseri Nicaragua, Marocco e Guatemala che guadagnano poco ma campano 20 anni di più.

L’Italia è ventitreesima, in calo negli ultimi anni, e seppure guadagniamo molto di più di neozelandesi e islandesi, la maggior istruzione dei loro cittadini li aiuta a stare meglio di noi.

L’importanza del report sullo sviluppo umano è in crescita e bisogna aspettarsi che la sua notorietà e l’attenzione per tematiche che solleva, presso cittadini, studiosi e governanti, cresca ulteriormente con la presente crisi, che se non altro ha il merito di aver spazzato via molte delle illusioni spacciate per granitiche verità che per anni di liberismo sfrenato ci sono state propinate.

Insomma, la frase fatta secondo cui non è il denaro a dare la felicità non è poi cosi banale e insulsa. Chi se la gode di più tra un pescatore di aragoste di un atollo che si gode ogni giorno la barriera corallina e un milleurista di Quarto Oggiaro che si rimbecillisce davanti alla tv spazzatura nel suo appartamento di 40 metri quadri?

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