Mafia, meglio tacere?

In generale in Italia conviene tacere, non solo quando non si sa di cosa si sta parlando, ma, spesso, anche quando si ha cognizione di causa.

Hanno interesse al silenzio quelli che si vorrebbe denunciare, ovviamente, ma lo hanno anche coloro che preferiscono il quieto vivere: politici, amministratori e imprenditori, che per anni hanno finto di non vedere nulla o hanno preferito rivolgere i propri sforzi su altre questioni. Tirar fuori certi argomenti li irrita per due motivi:


1) Li svergogna pubblicamente, dimostrando l’esistenza di un problema sempre negato o sottovalutato.
2) Li si obbliga a occuparsi di una materia rognosa dalla quale preferivano tenersi a distanza.

Che le mafie si stessero da tempo, e non dall’altro ieri, insediando al nord era un segreto di Pulcinella. Da anni si susseguivano gli allarmi di Dia e forze dell’ordine che mettevano in guardia dal rischio, ma ogni gruppetto di potere locale faceva orecchie da mercante: “se è vero che i mafiosi stanno salendo, lo stanno facendo altrove, da noi il contesto è sano e inattaccabile”, dicevano senza distinzione i politici locali, dai berluscones in Lombardia al Pd in Emilia, Reggio compresa.

Ci è voluta la maxiretata del luglio di questo anno, che ha portato in carcere 300 tra mafiosi, politici e professionisti lombardi e meridionali in un colpo solo, per confermare che quelle del sindaco Moratti erano fesserie, e che i clan su Milano e su Expo 2015 si leccavano i baffi eccome e, allo stesso modo, in una coincidenza che ha del notevole, ci sono voluti gli arresti, le sparatorie e le bombe perché anche a Reggio il giochino “don’t ask don’t tell” si rompesse.

Prima il silenzio. Da anni pochissime voci isolate, Enrico Bini tra queste, affermavano con denunce precise che in alcuni importanti settori dell’economia reggiana qualcosa non quadrava più, che il boom di certe novelle imprese non poteva spiegarsi con la sola bravura manageriale dei loro padroni. Facevano però comodo a molti, pubblico e privato, aziende che si presentavano agli appalti con ribassi assurdi e si poteva benissimo evitare di chiedersi cosa (chi) ci stesse dietro, di fronte al bengodi.

Così Bini, Sonia Alfano e il Movimento 5 Stelle potevano comodamente esser fatti passare per cialtroni allarmisti, col corollario standard di accuse preconfezionate: fate i nomi, se avete qualcosa da denunciare andate dai carabinieri, cercate solo pubblicità… Tutta una reazione già vista e lanciata contro i vari Saviano, rei di danneggiare l’immagine dell’Italia all’estero (mica come la mafia insomma, che dà al Paese quel mix di esotico e macabro che piace ai turisti!).

Il mito della Reggio Felix doveva esser ribadito con forza contro gli allarmisti in servizio permanente. Poi però, il giochino si è rotto a causa dei fatti prima citati, e allora tutti in piazza a manifestar contro i clan, salvo lasciarsi distrarre da qualche cartello che ricordava le dimenticanze passate.

Denunce ed episodi di violenza, eventi degli ultimissimi anni, hanno un merito particolare: quello di aver portato il pericolo mafioso a Reggio sulle prime pagine dei giornali, aver bucato il velo posto sull’argomento e obbligato finalmente le persone a parlare di mafia come una cosa che non riguarda solo il Meridione ma anche la via Emilia, rotto con lo stereotipo del picciotto con coppola e lupara per descriver l’identikit del mafioso nostrano in giacca, cravatta e 24 ore, che al pizzo preferisce gli appalti per la Tav e i bar di copertura.

Merito, perché come dicono e dicevano parecchi uomini e donne che alla lotta alla mafia hanno dedicato (e spesso dato) la vita, il primo passo per combatterla è riconoscerla per quello che è dove è, e non far finta di niente. Ora finalmente nessuno a Reggio può far finta di niente.

da http://www.reggio24ore.com/Sezione.jsp?titolo=Mafia,%20meglio%20tacere&idSezione=20353

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