Natale all’ingrasso

La casta non arretra di un passo e, peggio dei signori feudali che resistevano all’avanzare dei tempo moderni, si avvinghia con unghie e denti a ogni sporgenza per difendere fino all’ultimo i suoi privilegi, incurante della piazza che esplode di rabbia e disgusto davanti al desolante spettacolo. La premiata ditta Pd & co. ha detto no alla proposta del Movimento 5 Stelle di mettere un bel tappo alla cornucopia da cui i consiglieri regionali attingono senza vergogna. I consiglieri Favia e De Franceschi recentemente avevano infatti presentato una proposta di legge che mirava a ridurre del 50% gli attuali compensi spettanti ai consiglieri regionali, fissandone la misura nel 33% degli stipendi dei parlamentari.

Considerato che un consigliere incassa, tra una voce e l’altra, poco meno di 10mila euro al mese, questa legge avrebbe portato il suo guadagno a una più ragionevole somma di circa 4mila euro mensili. A occhio e croce uno stipendio più che sufficiente per arrivare al 30 del mese e avanzare qualcosa per la vecchiaia. Si parla tanto di fissare un tetto alla forbice tra stipendi dei manager e dei dipendenti, ma guai a parlare della forbice tra politici e cittadini.

La proposta è stata infatti bocciata ancor prima dell’arrivo in aula, dove al suo posto è giunto un testo firmato dal Pd (della serie: boccio la tua idea, la ripresento – resa innocua – come fosse mia e mi piglio il merito) che proponeva anch’esso una riduzione degli stipendi, ma di un misero 10% che non intaccherà affatto lo status di “eletti da Dio” dei membri della casta. Fumo negli occhi anche per quanto riguarda l’abolizione del vitalizio (cioè la “pensione” che i consiglieri prendono dopo aver terminato il mandato): sarà abolito solo dalla prossima legislatura e non da questa. Insomma, saranno caz.. altrui.

Favia e De Franceschi hanno comunque votato a favore perché si tratta pur sempre di una giusta riduzione dei costi della politica, e anche perché fa un certo piacere vedere i partiti dover rincorrere il Movimento 5 Stelle su temi molto sentiti dai cittadini. È un po’ quello che succede da inizio legislatura, si veda ad esempio il tardivo risveglio dei democratici sull’acqua pubblica.

Un peccato, comunque, perché dimezzare il principesco stipendio avrebbe avuto il grande significato morale di sottolineare che l’attività politica non va intesa come una facile via per l’arricchimento personale, che essere eletti in un consiglio regionale o in Parlamento non è la stessa cosa di grattare il gratta&vinci giusto o fare 6 al Superenalotto, ma dovrebbe avere un significato un pochino superiore. Pare però che la casta abbia altre opinioni in merito. Degna di nota una delle risposte date per opporsi a questa piccola rivoluzione: “Uno stipendio alto è garanzia di incorruttibilità”. Tradotto: pagatemi meno e io integrerò con qualche tangente.

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