Schei, prima di tutto

Da http://www.grillireggiani.it

D’ora in poi in Italia si potrà lavorare e festeggiare assieme. Per una volta abbiamo copiato noi i cinesi, ma sempre aggiungendovi quel tocco in più chiamato made in Italy che loro si sognano, al massimo in Cina si lavora e si sciopera allo stesso tempo.

Da noi invece sarà una “festa lavorata”, geniale definizione coniata dalla presidentessa Ascom reggiana, una dei tanti rappresentanti di industriali e commercianti saliti oggi agli onori di cronaca causa un preventivo grido di dolore per il portafogli ferito. Agli imprenditori non va giù che il 17 marzo, festa dei 150 anni di unità nazionale, si stia a casa dal lavoro, che le imprese osservino un giorno di chiusura per questo evento. Gli schei sopra tutto, dietro tutto quanto, un giorno di chiusura equivale al fallimento e la colpa è sempre della crisi, chiamata in causa come capro espiatorio buono per ogni baggianata.

Dopo leghisti secessionisti, altoatesini nostalgici e neoborbonici sul piede di guerra contro l’unità del paese, non sentivamo il bisogno di assistere anche alla glorificazione del Dio quattrino sui quotidiani locali. Dal presidente degli industriali <Riconosco l ‘importanza della giornata, ma non bisogna perdere di vista la competitività e la produttività delle aziende, in un periodo di crisi>, alla prosa tardo-sovietica di quello di Confartigianato <é con i loro sacrifici che imprenditori e lavoratori testimoniano ogni giorno la loro partecipazione ai valori che verranno espressi il 17 marzo>, alla propositiva Confapi <riteniamo che una possibile soluzione sia quella di festeggiarla il 2 giugno, tradizionale festa della Repubblica> valle a dire che l’unità si compie sotto la monarchia.

Questo è il clima col quale ci avviciniamo alla celebrazione nazionale più importante dell’anno, nonchè unica nel suo genere – il centocinquantesimo capita una volta sola – Il profitto viene prima, pensare di abbassare le preziose serrande e staccare la spina ai registratori di cassa – macchine-metafora di esistenze volte al lucro sempre e comunque – è inaccettabile. Pare quasi, dalle altisonanti espressioni dei soggetti qui sopra, che la tenuta dell’economia italiana si giochi sul filo del rasoio di 8 ore di lavoro in più o meno in un anno.

A chi scrive, le solenni e retoriche celebrazioni lasciano assai indifferente, sia chiaro, preferisco le più sentite, colorate e chiassose feste del 25 aprile, ma trovo inaudito che un paese moderno, che per arrivare all’oggi ha attraversato una guerra dopo l’altra, faccia passar sottobanco il suo centocinquantesimo, come se si trattasse di una qualche imbarazzante ricorrenza secondaria.

Il nichilsmo sfrenato di certi commercianti e imprenditori ci ha già da tempo cominciato a regalare lo “spettacolo” del precettamento al lavoro il primo maggio, è da sperare che da Roma non vogliano calar le braghe davanti ad interessi corporativi, rinunciando a render festivo il 17 marzo.

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