Gli Zombie della domenica

Mio pezzo su  ilRasoio, articoli per Modena e altre destinazioni

Avete mai passato una domenica in un centro commerciale, con tutto quello che si potrebbe fare di meglio di domenica, dall’andare in montagna o al mare, a visitare un’altra città o incontrare gli amici e mille altre cose? In uno di quegli enormi agglomerati di negozi misti a supermercati e caffetterie che si sviluppano per gallerie infinite e scale mobili che portano a piani più alti, dove trovi un altro piano identico al precedente se va bene, un beauty center da mezzi vip di provincia alla Virgin se va male?

A chi scrive è capitato poche volte, ma ognuna è stata un’esperienza dimenticabile, per fortuna.

I centri commerciali (e gli outlet) dovrebbero tener chiusi per legge di domenica a causa del danno sociale che creano. Quale danno è presto detto. Marx, commentando l’allora emergente organizzazione del lavoro industriale, individuava nell’ambiente di fabbrica e nell’attività del lavoratore un sistema che lo alienava dal suo prodotto, lo separava. Un grande centro commerciale è come una catena di montaggio infinita che rimbambisce chi ci lavora. L’ordalia di colori, suoni, cose e stimoli psicologici creati per indurre al consumo, stordisce e stacca il visitatore dalla realtà e dal suo ambiente, che per quanto antropizzato sia è sempre concreto, originale e vero. Mi si dirà che però anche una vasca in via Emilia fa lo stesso, ma non è cosi. Un pomeriggio passato in un centro commerciale non ha nulla a che vedere con lo stesso tempo passato in città, anche se in entrambi i casi lo shopping e/o l’ammazzare il tempo sono le attività principali. Nel secondo caso abbiamo un ambiente reale nel senso di vero contrapposto ad uno artificiale nel senso di falso, che cerca di nascondere la propria artificiosità con accorgimenti scenografici e imitazioni di altri luoghi. Ecco perché gli outlet vengono realizzati come cittadelle con le casette e le gallerie commerciali spesso hanno pavimentazioni che richiamano il lastricato cittadino o falsi colonnati agli ingressi dei negozi.

Anche la vecchia città è artificiale ovviamente, perché creata dalla mano dell’uomo, ma è una creazione genuina, originale frutto di secoli di storia e lavoro umano che l’hanno creata e modellata pensando a mille scopi diversi: abitarla, lavorarci, difenderla, fornire servizi, collegare le persone… Un centro commerciale non ha nulla di questo, è un baraccone lussuoso tirato su in breve tempo con un unico scopo: vendere. Se diversi sono gli scopi di un luogo, diversi sono per forza gli stimoli che comunica. Credendo di fare la stessa cosa il visitatore vive due esperienze diversissime, tanto vera e concreta una quanto falsa e manipolata la seconda. Sarebbe interessante condurre uno studio sulla spesa media di un campione di amanti dello shopping che si dividono tra la via alla moda del centro cittadino e il centro commerciale della prima periferia. Sono sicuro che il secondo gruppo se ne tornerebbe a casa con un scontrino ben più lungo. È inevitabile, perché il condizionamento indotto dall’ambiente è diverso. La città, per i motivi detti sopra, trasmette molti stimoli diversi: all’acquisto, svago, cultura, socializzazione, relax, il centro commerciale ne trasmette pochi e concentratissimi, che mirano ad influenzare il solo comportamento del consumo. Con successo pieno a giudicare dagli zombie che si aggirano per le gallerie dei negozi, con facce in cui si legge sia lo stress che la beota gaiezza per gli oggetti di desiderio acquistati. Zombie.

Credo che le Iene dovrebbero fare lo “sconvolt test” che fanno nelle discoteche anche alle persone che hanno passato la giornata in questi luoghi.

Tutto questo è il massimo della vita per migliaia di persone non abbastanza “furbe” per accorgersi del danno che creano a se stesse (e quindi alla comunità) limitando i propri orizzonti a questo modo. Sono eserciti di persone che attendono la domenica solo per catapultarsi in quei corridoi e negozi dove trovano la propria realizzazione, tutto quello che più gli interessa ed eccita è li tra quelle luci e insegne. Entrano e accelerano il passo, assieme al battito cardiaco per l’emozione, per raggiungere al più presto l’oggetto ricercato, magari un telefono nuovo nella catena di elettronica per il quale hanno smaniato tutta la settimana e che buona parte di loro pagherà a rate. Non si può negare che siano davvero felici a quel punto, ed è proprio questo il problema, non si accorgono del rimbecillimento al quale vanno incontro.

Ecco perché ci vorrebbe una legge per tener chiusi i centri commerciali di domenica. Non si tratta di sostituire la volontà del cittadino con quella dello Stato o di un eccesso di paternalismo, ma dello stesso principio che spinge – pardon, dovrebbe – chi governa a utilizzare le tv pubbliche per trasmissioni di un certo livello e lasciar ai canali commerciali i reality, a promuovere la visita alle città d’arte e ai parchi naturali, alla promozione della ricchezza culturale e ambientale locale e nazionale e alla creazione di programmi scolastici orientati alla formazione di cittadini pensanti e critici. Sarebbe un piccolo accorgimento ben poco invasivo della sfera delle libertà personali ma che, secondo me, potrebbe portare ad un certo beneficio sociale.

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