Feste civili, resistenza civile

Il mio ultimo post su http://www.24emilia.com, un po’ datato visto che l’ho scritto prima che le feste civili venissero reintrodotte, ma pur sempre attuale.

Milano, 25 aprile 1945. Il conducente del Tram ferma di colpo il mezzo, lo stridio delle ruote è l’unico rumore in una città deserta come le sue fabbriche, e scappa via assieme ai passeggeri. È una delle prime scene di “Mussolini ultimo atto” di Lizzani. Non si lavorò quel giorno, c’era altro da fare, e da allora il 25 aprile diventò la principale festività nazionale, sicuramente la più sentita e amata.

Oggi, con la ridicola giustificazione di dare una scossa all’economia, il governicchio, più grigio che nero stavolta, perché la storia se si ripete lo fa come farsa, decide di spostare i festeggiamenti del 25 aprile, primo maggio e 2 giugno alla domenica. Bisogna aumentare la produttività lavorando durante le feste, dice il finto economista Tremonti in un momento di follia amorosa per i giapponesi, i quali come è noto lavorano anche quando scioperano.

Cercano di farci credere che lavorare tre giorni in più sia un modo per uscire dalla crisi. Abolire le feste civili (quelle religiose no, siamo pur sempre una Repubblica fondata sul Vaticano) è la loro ricetta, mica ridurre il debito pubblico o recuperare qualche posizione nella classifica mondiale sulla diffusione della banda larga, dove pure qualche paese africano ci batte.

Tralasciamo di ricordare che l’anno scorso sia la Liberazione che la Festa dei Lavoratori sono cadute in giorni festivi e l’economia è andata com’è andata. Ricordiamoci solo di chi stiamo parlando.

Le persone che hanno tirato fuori questa pensata sono le stesse che da anni le provano tutte per cancellare dalla mente degli italiani il ricordo dei tempi passati e del loro significato. Innumerevoli leggine che parificherebbero partigiani e repubblichini, strilli su libri scolastici da “revisionare”, fino al raffinato raggiro di fingere di star dalla stessa parte. Avvenne pochi anni fa alla festa della Liberazione, la prima a cui partecipò l’omino di Arcore, dove lanciò la proposta di cambiare il nome da “Festa della liberazione” in “Festa della libertà”.

L’obbiettivo è il solito: creare le condizioni perché di fatto tutti i valori espressi da queste festività vengano confusi e dimenticati. Che importanza si può dare a eventi che non vengono nemmeno festeggiati nel loro anniversario? Chi ci dice che i partigiani stavano dalla parte giusta, se la legge dice che i repubblichini sono uguali? Quanto poco importante sarà la Repubblica, se il festeggiamento non deve disturbare la routine quotidiana?

Una volta cancellata la, chiamiamola, coscienza collettiva creatasi nei periodi più duri della nostra storia, chi mai avrà la lucidità e i termini di paragone per indignarsi davanti al modello di società che i Berlusconi, gli Scajola e soci vari hanno creato negli ultimi decenni: puttanopoli, affaropoli, cricca, P2, P3 e 4?

L’omino di Arcore si sente forse vicino all’atto finale e le adunate di popolo, soprattutto della parte che lo disprezza, lo spaventano. Come è successo a molti regimi arabi che, negli ultimi mesi, hanno più volte vietato le giornate di preghiera presso le moschee e altre manifestazioni religiose di massa.

Perciò lancio una proposta da questa pagina: i prossimi 25 aprile, primo maggio e 2 giugno siano giornate di resistenza civile e astensione da qualsiasi attività lavorativa e scolastica. Quale altra può essere la risposta a questo sopruso, se non quella di far carta straccia delle loro decisioni e festeggiare queste giornate come e quando si è sempre fatto?

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