L’Italia blocca i camionisti

Dalla mia rubrica su www.24emilia.com

Dalla Sicilia alle Alpi i camionisti sono scesi sul piede di guerra contro il caro gasolio, bloccando gran parte delle autostrade, paralizzando i trasporti e mettendo in crisi il sistema distributivo, alimentari compresi. Le loro ragioni sembrano indiscutibili, basti guardare il tabellone dei prezzi di una qualsiasi area di servizio per rendersi conto che, oggi, chi lavora sulle quattro ruote si trova con l’acqua alla gola. Tuttavia, pur con tutto il rispetto per questa categoria e le sue rivendicazioni, credo che i loro interessi non coincidano affatto con gli interessi del paese.

I camion bloccano l’Italia, ma se cogliessimo l’occasione per bloccare i camion?

L’autotrasporto è indispensabile alla nostra economia, ben l’85% delle merci, in Italia, viaggia su gomma e solo una piccola quota è movimentata dal trasporto ferroviario e marittimo (basti pensare alla Tav in val di Susa, pensata per il trasporto merci su un asse dove la ferrovia esistente ha una capacità di 20 milioni di tonnellate annue, ma ne carica solo 2.9, per di più in calo). Ci troviamo oggi a pagare le scelte miopi di chi in passato non ha puntato su valide alternative al trasporto su gomma e cosi, invece che su treni e navi, tonnellate di merci si spostano sui bisonti incolonnati nelle nostre autostrade, avvelenando il territorio e causando grandi pericoli.

Ma oltre il mezzo, conta anche cosa si trasporta. Latouche, nel suo “La scommessa della decrescita” ci ricorda che le valli alpine sono attraversate da ovest a est da camion carichi di acqua minerale Evian e da est a ovest da camion carichi di acqua minerale San Pellegrino. Nelle moderne economie gli stati si scambiano anche gli stessi prodotti spesso qualitativamente uguali (come le bottiglie d’acqua), perché nel libero mercato ogni produttore ha il diritto di vendere dove gli pare.

Non voglio certo qui negare i benefici della concorrenza, né addentrarmi in questioni di commercio internazionale, ma vorrei fosse ben chiaro l’effetto disastroso che tutto questo ha sul pianeta, avvelenato dall’andirivieni di merci che in molti casi sono già prodotte localmente.

Ovviamente ci sono prodotti, come l’elettronica, che non possiamo fare a meno di importare, ma dobbiamo proprio far percorrere migliaia di chilometri a prodotti come un rotolone Scottex, o esportare arance siciliane e importare arance spagnole? Addirittura, è stato calcolato che un vasetto di yogurt alla fragola venduto a Stoccarda avesse percorso, per arrivare al negozio, nelle sue varie componenti (latte, fragole, plastica) ben 10 mila km, la distanza tra l’equatore e il polo!

Un economista ortodosso direbbe poi che è giusto importare da quei paesi dove costa meno produrre, perchè il prezzo finale sarà più basso. Ciò è verissimo, ma solo fino a che nel suo calcolo non è conteggiato il danno ambientale che il trasporto produce. Applicando il sacrosanto principio “chi inquina paga” forse certe delocalizzazioni non sarebbero più tanto convenienti.

Detto questo, la facilità con la quale anche un piccolo numero di camionisti può paralizzare il paese, la dipendenza dell’economia dall’autotrasporto e il costo ecologico che esso impone alla società, non dovrebbero mancare di suggerirci due rivoluzioni.

La prima è ripensare il nostro sistema dei trasporti, disincentivando quelli su gomma e puntando sulle vie ferrate e marittime, cogliendo l’occasione per spostare le merci su altre vie di comunicazione in modo da eliminare quanto più possibile il numero di Tir per le strade. La seconda, culturalmente più impegnativa, è cominciare a scegliere prodotti locali o comunque provenienti da minori distanze, preferendoli a quelli provenienti da lontano quando sono sostituibili tra di loro, in modo da ridurre la necessità stessa di muovere merci.

Ridurre le distanze, uno degli slogan della globalizzazione applicato, però alla lettera, contro di essa.

PS Si potranno anche ridurre le accise o trovare qualche altro palliativo per abbassare il costo del carburante ma palliativi rimangono. La civiltà del petrolio è alla canna del gas.

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Una risposta a L’Italia blocca i camionisti

  1. fausto ha detto:

    Chissà, sono sostanzialmente d’accordo; ma non so se serve a qualcosa. In Italia le politiche deliranti sono in genere bipartisan: già Prodi nel 2006 aveva deciso di cominciare a saccheggiare i fondi destinati alle università per finanziare agevolazioni all’autotrasporto. Dei governi del Nano non credo sia nemmeno il caso di discutere. Se questi sono i nostri condottieri….

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