La lezione di Rapa Nui

Dal blog su www.24emilia.com

Gli antichi abitanti di Rapa Nui, l’isola di Pasqua, costruivano un moai dopo l’altro, sempre più grande nella speranza di compiacere gli Dei. Per costruirli ci voleva molto lavoro e, soprattutto, tanta legna. Tutte le risorse dell’isola vennero impegnate per costruire i moai. Gli abitanti non si accorsero che gli alberi non erano infiniti, ce n’erano cosi tanti e forse nessuno si pose il problema.

Gli Dei però non arrivavano e le foreste cominciavano a sparire, ma gli abitanti, invece di fermare la corsa verso l’autodistruzione, tagliarono anche gli ultimi alberi. Poi, dopo che cadde anche l’ultimo arbusto e nessuno aveva idea di cosa fare a quel punto, il sistema crollò in un batter di ciglia, cominciò la violenza e la rovina si abbatté sugli stupidi isolani.

(Rapa Nui è un film del 1994, ma anche una storia tragicamente vera).

È improbabile che gli amministratori reggiani degli ultimi vent’anni abbiano mai visto Rapa Nui o, in caso contrario, che ne abbiano colto i sottintesi. Forse l’ha visto – e capito – quell’agricoltore che, nell’ultima puntata di Presa Diretta capitata anche nella nostra città, ha commentato il sacco edilizio reggiano affermando che “il territorio agricolo è un bene finito e va rispettato”. Su un concetto cosi elementare, quasi banale, potrebbero esser scritte pagine su pagine. Perché incredibilmente è molto più chiaro nella testa dell’amico agricoltore che in quella di un mucchio di economisti, politici e premi Nobel. Sarà perchè solo chi sulla terra ci lavora ogni giorno, può riuscire a capirne l’importanza?

L’economia mondiale invece è basata sulla razzia delle risorse naturali da decenni, se non secoli. Non si tratta di estremizzare o lanciare slogan no-global, qualunque matricola di economia si può accorgere, frequentando il corso del primo anno, che nella teoria economica standard non vi è nulla che abbia a che fare con l’ambiente e con le risorse naturali. Il pensiero dominante semplicemente non prevede che la natura ponga dei limiti all’attività dell’uomo. Siamo stati abituati da almeno due secoli a pensare che l’ecosistema fosse un che di astratto, da non tenere troppo in considerazione. Due grandi economisti sono giunti a fare queste affermazioni:

Le ricchezze naturali sono inesauribili perché, in caso contrario, non potremmo ottenerle gratis. Poiché non possono essere moltiplicate né esaurite, non sono oggetto della scienza economica“.
J. B. Say (1767-1832)

E’ molto facile sostituire le risorse naturali con altri fattori. Perciò in linea di massima, non vi è alcun problema; il mondo può andare avanti anche senza risorse naturali. Il loro esaurimento è semplicemente un evento, non una catastrofe“.
R. Solow, vincitore del Nobel per l’economia nel 1987.

Non servono molte parole di commento per capire come mai, se questa è la considerazione di cui gode la natura presso gli economisti, il pianeta stia marciando verso la catastrofe ambientale.

Attraverso il nostro agricoltore parla invece un’antica saggezza contadina. Non vincerà mai il Nobel e non ispirerà mai l’azione di statisti e sindaci, ma dovremmo ricordarcela di più. La “modernità” invece l’ha messa da parte, il Potere ha ignorato questa lezione e ha assimilato quella di cui le due citazioni sono figlie.

Viste queste premesse, possiamo davvero stupirci quando il piccolo amministratore locale vede nel suo territorio una vacca da spremere per rimpolpare il bilancio? Cementificare, trasformare aree agricole in edificabili, tirar su palazzine e capannoni, creare ricchezza e occupazione tramite l’edilizia è da sempre motore dell’economia. Ma la terra non è infinita come non lo erano gli alberi dell’Isola di Pasqua, però ce n’è cosi tanta ed è cosi facile farci soldi che per ora si fa finta di niente. A Reggio si è finto anche meglio che altrove, cosicché negli ultimi dieci anni abbiamo goduto di una delle crescite edilizie più intense d’Italia.

Il piano urbanistico del ’99 previde più di 1.500 nuovi appartamenti all’anno e ha riempito la città di ghost town, interi quartieri dove si fatica a trovare una finestra illuminata e un’auto parcheggiata. L’ultimo prevede di realizzarne ancora più di 800 ogni dodici mesi, magari con annessi i soliti parchi giochi o piste ciclabili gentilmente offerti dai palazzinari, giusto per permettere agli amministratori di pavoneggiarsi davanti ai concittadini come quelli che hanno difeso e valorizzato il territorio, del quale invece hanno appena venduto un’altra fetta.

Il sistema, a Reggio come altrove, salterà quando arriverà l’ultimo sindaco che, dovendo trovare un po’ di contante fresco, penserà di seguire l’esempio dei suoi predecessori e tirar su qualche villetta in una zona chic ma si accorgerà che non è rimasta una sola zolla di terra vergine. A chi lo racconteranno, quel giorno, il mito del cemento motore dello sviluppo, politici, cooperative e palazzinari? A quel punto in molti forse si ricorderanno di quel profetico agricoltore, e si recriminerà a furia di “ve l’avevo detto” e “era cosi semplice, perché non abbiamo capito?”, i soliti pensieri di quando il punto di non ritorno è già alle spalle.

Ci saranno anche troppe braccia rubate all’agricoltura da rispedire a zappare, ma forse, ogni tanto, qualche contadino dovrebbe davvero mollare i campi e venire a insegnarci qualcosa.

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