Yasuní, quando il petrolio salva la foresta

Dalla rubrica su www.24emilia.com

LAGO AGRIO (ECUADOR) – Il parco nazionale Yasunì si trova nell’oriente dell’Ecuador. Questo pezzo d’Amazzonia che si estende per quasi 100mila ettari è ritenuta l’area con, probabilmente, la maggior biodiversità della Terra.
Entro i suoi confini trovano il proprio habitat almeno 600 specie di uccelli, 2.274 di vegetali e quasi 300 tra rettili e anfibi. Qui, in un solo ettaro di selva vivono più specie vegetali di tutte quelle che si trovano in Canada e Stati Uniti, assieme a 100mila diversi tipi d’insetti.
Nel cuore di questo territorio, infischiandosene dei confini tracciati sulle mappe, si aggirano le poche centinaia di individui unici rappresentanti di due popoli indigeni, i Tagaeri e i Taromenane, discendenti di ancestrali culture amazzoniche che rifiutano qualsiasi contatto con il mondo civilizzato e oggi vivono, come i loro antenati, isolati nella foresta.

La storia insegna che, in America Latina, la ricchezza della terra è garanzia di disgrazia per coloro che ci vivono sopra. L’oro con cui gli Incas onoravano il Dio Sole attirò i conquistadores spagnoli, i fertili terreni portarono i latifondisti e le monoculture distruttive di economie e comunità. In tempi più recenti, gli abitanti delle terre ricche di petrolio hanno dovuto fare i conti con la distruzione dell’ecosistema, delle popolazioni indigene e coi rifiuti tossici scaricati nei fiumi e nelle foreste.
Anche lo Yasunì rischia di non sfuggire a questa nera tradizione. Più di 800 milioni di barili di petrolio giacciono nel suo sottosuolo, in attesa dell’arrivo dei petroleros che hanno già cancellato gran parte della selva ecuadoriana.
Per salvare questo tesoro naturale dalla distruzione, il governo ecuadoriano ha lanciato pochi anni fa il rivoluzionario Progetto Yasunì, impegnandosi a rinunciare per sempre all’estrazione del petrolio nel parco, il governo presieduto da Rafael Correa chiede che, in cambio, il resto del mondo paghi all’Ecuador una somma pari ad almeno la metà di quello che il paese guadagnerebbe dalla vendita del greggio, calcolata in sette miliardi di dollari. Con questa compensazione sarà costituito un fondo, aperto ai contributi di stati, organismi sovranazionali, associazioni, imprese e cittadini, che sarà amministrato in seno a un organismo delle Nazioni Unite e destinato principalmente a questi obiettivi:
– preservazione dell’ambiente naturale con la maggior biodiversità del mondo e delle popolazioni indigene che lo abitano,
– lotta al cambiamento climatico attraverso il risparmio di milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica,
– sostegno alla transizione dell’Ecuador verso un sistema di produzione dell’elettricità interamente garantito da fonti rinnovabili.
É folle pensare che, per una volta, l’oro nero possa diventare strumento di difesa dell’ambiente invece che di degrado? L’onere della risposta è per ora riposto nella buonafede della politica del piccolo paese latinoamericano e nella sensibilità delle nazioni industrializzate, alle quali spetta la scelta di contribuire alla creazione del fondo in proporzione al proprio Pil. Nel frattempo, la quota del belpaese è stata calcolata in 377 milioni di dollari, versabili in tredici comode rate annuali.
Il destino sa esser ironico oltre che riparatore. Se per secoli i paesi sudamericani hanno pagato a caro prezzo la razzia delle loro risorse naturali, ora potrebbero essere coloro che qui fondarono i propri imperi a pagare per lasciarle dove sono.

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