Popoli dell’Ecuador 1 – L’arrivo della civiltá

Pubblicato su  www.24emilia.com

LAGO AGRIO (ECUADOR) – Guardando la città di Lago Agrio, che un turista potrebbe evitare senza rimpianti, percorrendo le strade di questa regione che si snodano a fianco dei fasci di tubi di gas e petrolio, passando a fianco delle tante stazioni di pompaggio che li spingono a forza su per le Ande verso le raffinerie sulla costa e osservando le sporadiche macchie boscose superstiti, si fatica a credere che fino a meno di quarant’anni fa questa regione era chiamata “inferno verde”. Non esistevano né strade né cittadine e numerosi popoli indigeni erano padroni della selva, al posto dei muri delle case di Lago vi erano altri muri non meno resistenti, creati dall’impenetrabile intreccio della vegetazione amazzonica.

Oggi l’Amazzonia è stata spinta a oriente da un esercito di coloni scesi da tutto l’Ecuador dagli anni 60, per far spazio alla civiltà e ai pozzi di petrolio, alle monocolture e al disboscamento. Questi coloni, campesinos affamati di terra, missionari, petroleros e boscaioli si trovarono a condurre inizialmente una vita durissima lontano da tutto, ma tirarono su cittadine e vie di comunicazione e, in quattro decenni, i primi insediamenti di poche centinaia di persone si trasformarono in operose città con decine di migliaia di abitanti.

In mezzo a questo sconvolgimento vennero a trovarsi le popolazioni indigene che da sempre abitavano queste terre e che ai pezzi di carta esibiti dai nuovi venuti – titoli di proprietà della terra si chiamavano – non avevano alcun precedente documento da opporre. Scampate relativamente integre agli spagnoli, duramente colpite dal lavoro obbligatorio nelle piantagioni di alberi della gomma nell’Ottocento, le culture ancestrali dell’Amazzonia ecuadoriana furono quasi spazzate via in pochissimi anni assieme alla foresta e al diritto di cacciare e pescare. Oggi ai sopravvissuti sono stati riconosciuti i diritti sui territori d’origine, ma difficilmente sarà la proprietà di qualche migliaio di ettari di terreni a salvare queste culture dall’estinzione.

All’arrivo di Texaco, grande compagnia petrolifera Usa, negli anni 60 il popolo Cofàn contava 15mila membri. I più anziani raccontano che a un certo punto comparvero in cielo oggetti sconosciuti, gli elicotteri, notte e giorno rumori misteriosi iniziarono a scuotere la foresta e, pochi mesi dopo, i primi liquami petroliferi già contaminavano i corsi d’acqua che erano la fonte di vita dei cofànes. Oggi i cofànes sono solo poche centinaia e, perlomeno, cercano ancora di vivere secondo le antiche tradizioni, ma l’ultimo sciamano che ne era custode è morto alcuni anni fa senza lasciare successori.

Poco meglio è andata ai Siekopai, la “gente colorata” che vive lungo le sponde del Rio Aguarico. Riuniti in clan famigliari, mantengono ancora in vita le loro usanze, o almeno quelle che ancora ricordano. L’ultima battuta di caccia tradizionale di cui si abbia notizia, lancia al posto del fucile, risale ad almeno trent’anni fa, uno sciamano molto potente è ancora in vita e istruisce un paio di apprendisti, ma non è più, come una volta, la guida della comunità, oggi retta dalle ben poco tradizionali figure di un presidente e un vicepresidente. Di Siekopai ne rimangono circa seicento e anche questo popolo, i suoi colorati ornamenti di piume d’uccello usate nei riti e nelle feste e la sua divinità creatrice Gnahu sono a rischio d’estinzione.

Altri popoli si trovano nella stessa situazione, altri ancora, più fortunati, contano su numeri sufficienti a garantirne la sopravvivenza. Alcuni sono scomparsi da tempo.

Questa etno-distruzione si è consumata nella seconda metà del XX secolo. Non si è trattato di uno sterminio indiscriminato di ispanica memoria, con indigeni inghiotti a migliaia nelle miniere o deportati nelle piantagioni, o obbligati con la forza ad adorare il dio portato dai conquistadores. La quasi distruzione delle culture amazzoniche è avvenuta sottraendogli i territori e distruggendone lo stile di vita, privandole dei mezzi di sussistenza tradizionali. Molte comunità sono “rinate” ai lati delle principali vie di comunicazione, sostituendo alle abitazioni tradizionali casupole di cemento tanto anonime che, se non fossero i compagni di viaggio ad avvertirmi, mai saprei di trovarmi in una località abitata da nativi.

Alle malattie che secoli fa decimarono la popolazione originaria dell’America Latina si sono sostituiti il cancro e altre patologie frutto del disastro ecologico causato da Texaco, che in tre decadi riuscì a scaricare milioni di barili di rifiuti tossici nei fiumi e in buche scavate nella foresta, poi ricoperte da uno strato di terra, lasciando intere comunità senza acqua potabile e con coltivazioni contaminate. Texaco, oggi Chevron, si vanta di aver speso, quando se ne andò all’inizio degli anni 90, 40 milioni di dollari in opere di pulizia ambientale. Peccato che i tecnici incaricati delle perizie nel corso del recente maxi processo intentato da 30mila cittadini ecuadoriani contro la compagnia abbiano stimato il danno causato, e tutt’altro che rimediato, in ben 27 miliardi.

1 – Continua

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