Ecuadorleaks *

Da www.24emilia.com

LAGO AGRIO (ECUADOR) – Da martedi Julian Assange, fondatore di Wikileaks e paladino della verità per milioni di persone, criminale per decine di governi, é rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, da dove ha chiesto al piccolo paese andino asilo politico per sfuggire all’estradizione in Svezia con rischio, da lì o direttamente dalla Gran Bretagna, di esser successivamente consegnato agli Stati Uniti.
Per molti si é trattato di un coup de théâtre, ma sarebbe da ingenui pensare che Assange si sia presentato di punto in bianco a suonare il campanello dell’ambasciata. I rapporti amichevoli tra Assange e l’Ecuador sono iniziati già da tempo, con un’intervista a Correa per una televisione russa durante la quale il presidente ecuadoriano gli diede, non del tutto scherzosamente, il benvenuto nel “club dei perseguitati”. Forse già a quel punto, se non prima, la trama cominciò a esser intessuta.

Da cosa nasce la sintonia tra un giornalista australiano perseguitato dai governi di mezzo mondo e il presidente di un paese sud americano? Le ragioni, secondo chi scrive, sono essenzialmente due. Assange ha colpito “l’impero” dove fa più male: nei suoi segreti, come un esercito di 007 russi non sarebbe riuscito a fare in cento anni. Ha svelato quello che, anche se a volte già sulla bocca di tutti, ufficialmente non esisteva o non era accaduto.
Rafael Correa, presidente dal 2006, ha fatto della rottura dello stato di sudditanza della ex Repubblica delle banane la propria bandiera, iniziando, dopo decenni in cui i migliori agenti d’affari delle imprese statunitensi erano gli stessi governanti, a colpire gli interessi stranieri dannosi per il paese – ad esempio riappropriandosi della maggior parte dei profitti petroliferi – e presentandosi come l’uomo deciso a restituire all’Ecuador la sua sovranità, per troppo tempo appaltata a poteri economici e politici esterni, senza farsi mancare accese invettive contro quello stesso “impero” colpito da Assange.

 
In secondo luogo, i cables di Wikileaks hanno reso un grande favore al movimento politico oggi al comando in Ecuador, rivelando come, prima e dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata statunitense locale fosse un punto d’incontro fisso per giornalisti, editori, imprenditori e politici – tra i quali addirittura l’allora Presidente della Repubblica Gutierrez, in cerca di sostegno per il suo traballante governo – che lì si riunivano per informare l’ambasciatore sulla situazione politica del paese.
Informazioni sicuramente importanti per gli States, tutt’altro che rassegnati a perdere il controllo dello storico giardino di casa e decisi a contrastare il vento nuovo che soffiava sulle Ande. Va da se che tali rivelazioni sono state un regalo coi fiocchi per Correa, che ha potuto svelare l’ambiguità di coloro che, legati alla vecchia classe dominante, si oppongono alla Revolucion Ciudadana e alle sue riforme radicali.

 
Nulla di strano, dunque, se verso il piccolo uomo che ha fregato l’America sia nata una naturale simpatia. Per tutto questo non mi stupirei se, al netto del pacato linguaggio diplomatico parlato in queste prime ore, la concessione dell’asilo e, forse, addirittura l’arrivo di Assange a Quito fossero dietro l’angolo.

 
A render ancor più interessanti le cose vi è che Assange ha chiesto asilo proprio a un paese dove il dibattito sulla libertà di stampa e i suoi limiti è infuocato. Contro il governo e i movimenti sociali che lo sostengono si è, infatti, schierato fin dall’inizio il blocco dei media privati e i toni dello scontro, in certi casi, farebbero apparire Ferrara per un pacato pretino di campagna.
All’accusa di essere strumenti del vecchio potere in declino i mezzi d’informazione ribattono denunciando gli attacchi alla libertà di stampa a loro dire in corso nel paese. Un film già visto altrove a queste latitudini, dal Venezuela alla Bolivia.
Buona parte delle ostilitá nascono dall’intenzione di Correa di rompere il monopolio privato dei media, creando un servizio d’informazione pubblico che coinvolga anche quelle parti della societá in precedenza escluse dal “giro” come le nazionalitá indigene, operazione duramente osteggiata dai grandi gruppi mediatici.

 
Lo stesso Assange, intervistato a proposito pochi mesi fa da El Telègrafo, ha messo in guardia dall’eccessivo potere e capacità di distorcere l’informazione che i media raggiungono quando arrivano a controllare fette di mercato troppo grandi, consigliando dunque di smantellare i monopoli e fissare regole a protezione di una, reale, libera informazione.

 
Se mai giungerá in Ecuador, con simili idee difficilmente godrà dei favori della prensa locale.

* il secondo pezzo del post sugli indigeni dell’Ecuador é rimandata alla prossima

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...