Guerra nella selva

Da http://www.24emilia.com

Continua da: L’arrivo della civilità

LAGO AGRIO (ECUADOR) – Anche se l’arrivo di Texaco e dei coloni nell’Amazzonia non è stato accompagnato dalla “caccia all’indigeno”, non per questo nella storia più recente della regione mancano fatti di sangue, misteri, incidenti e massacri da entrambe le parti.


Non sempre, infatti, le tribù amazzoniche rimasero a guardare l’invasione senza reagire. I primi coloni che fondarono la città di Coca negli anni 70, poco a sud di Lago Agrio, erano terrorizzati dagli agguati dei waorani, che li attaccavano e uccidevano a colpi di lancia quando si allontanavano dall’insediamento. Il fiume per un certo tempo segnò il confine tra i due mondi, terrorizzati l’uno dall’altro, poi, vuoi per l’avanzata delle macchine della compagnia petrolifera, vuoi per i missionari intenzionati a salvare anima e pelle agli indigeni, la conquista dell’Amazzonia prosegui e i waorani, volenti o dolenti, deposero le armi. Oggi buona parte di essi non vive in case molto diverse da quelle di un qualsiasi contadino ecuadoriano e, forse, pochi ricordano tradizioni e costumi nati nella notte dei tempi.

Altri ebbero ancor meno fortuna e furono cancellati e dimenticati, tanto che le pochissime informazioni disponibili si mischiano con le voci, con i forse, con le supposizioni.

Il popolo Tetete viveva nel Sucumbios, la regione dove mi trovo, e non aveva mai avuto contatti con la civiltà. Nessuno sa davvero cosa accadde nel profondo della selva quando la compagnia inizio a tagliare i primi alberi e trivellare i primi pozzi. Alcuni dicono che i tetete fuggirono più in profondità nella foresta, forse in Colombia o in Perù, altri che i petroleros avvelenarono l’acqua per sterminarli, altri ancora raccontano che, anni dopo la sparizione, si ebbe notizia di alcuni di loro stabilitisi presso un villaggio di un’altra tribù. Quale che sia la verità, i tetete scomparvero e nessuno, né lo stato ecuadoriano né le tribù vicine ne seppero più nulla, cosi come poco o niente si sa di quel che avvenne all’inizio della colonizzazione delle terre orientali, a lungo chiamate “l’inferno verde”.

Col passare del tempo e con la definitiva vittoria della modernità, quasi tutte le popolazioni originarie furono piegate e integrate nella società ecuadoriana, seppur ai margini e spesso vittime di discriminazioni.

Ma non tutte.

Esistono ancora, seppur difficile a credersi, popolazioni che non hanno alcun contatto con la civilizzazione, ultimi sopravvissuti dei mitici “selvaggi”. In Ecuador li chiamano con diversi nomi: popoli occulti, isolati, non contattati e di loro si sa poco, sennonché vivono all’interno del grande parco Yasunì e che sono almeno due, i taromenani e i tagaeri. L’unica certezza è che, per pochi che siano, forse un paio di centinaia, difendono ancora con la forza il loro enorme territorio dall’estraneo. Le cronache degli ultimi anni abbondano di contadini uccisi nei campi, boscaioli aggrediti e operai del petrolio recuperati infilzati da decine delle lance usate da questi guerrieri, nei dintorni del loro territorio dichiarato intangibile dalla legge ma assediato da madereros e petroleros.

Nel corso del tempo alcuni episodi di questa lotta fuori dal tempo sono balzati agli onori della cronaca internazionale: nel 1987 il vescovo di Coca, il missionario Alejandro Labaka, che da anni si batteva per il rispetto dei diritti dei popoli originari, dopo aver faticosamente localizzato e raggiunto una piccola comunità sconosciuta, fu ucciso assieme a una compagna di viaggio e alla donna che aveva infranto le regole della comunità aprendo loro la porta di casa.

Da allora la guerra nella selva, combattuta tra gli indios che difendono il loro diritto a esistere e chi vuole sfruttare le risorse naturali del territorio, non si è fermata. Nel 2002 cinque boscaioli colombiani furono attaccati e uccisi, mentre l’anno successivo una spedizione di indigeni “civilizzati” assoldati dai tagliatori illegali del legname disturbati dai continui attacchi sterminò un intero villaggio Taromenane senza risparmiare bambini e donne. Altre vittime si registrarono negli anni successivi fino a che, appena nel 2009, la foresta fu di nuovo tinta dal sangue di una famiglia di contadini, infilzati dalle lunghe e micidiali lance vicino a casa, da uomini appartenenti ai popoli occulti.

Eduardo Galeano scrive che la ricchezza della natura sempre è stata causa della rovina dei popoli dell’America Latina, avendo, nella storia, attirato frotte di razziatori a partire dai conquistadores fino alle onnipotenti multinazionali statunitensi. Oggi il governo dell’Ecuador sembra intenzionato a difendere l’esistenza di queste misteriose popolazioni impendendo qualsiasi ingresso al loro territorio, ma, contro il diritto a questa esistenza, combatte la sete energetica del XXI secolo, per alimentare la quale in tanti puntano gli occhi sui milioni di barili di petrolio che, sfortunatamente, giacciono sotto i piedi dei “selvaggi”.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Guerra nella selva

  1. Pingback: Storie della frontiera |

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...