Toxitour – viaggio nel disastro petrolifero amazzonico

Dalla rubrica su www.24emilia.com

LAGO AGRIO – Nessuno beve l’acqua dei rubinetti di Lago Agrio, la si usa per lavarsi e per la verdura e la pasta, ma non si beve più. Troppi idrocarburi e metalli pesanti disciolti dentro, eredità della contaminazione petrolifera che ha fatto delle regioni amazzoniche del Sucumbìos e della vicina Orellana il teatro di quello che é per molti il peggior disastro ecologico della storia.

Texaco, compagnia petrolifera statunitense, oggi Chevron, in 25 anni di trivellazioni scaricò nell’ambiente qualcosa come 18 miliardi di galloni di liquami petroliferi, contaminando gran parte dell’Oriente ecuadoriano. Ogni mezzo era buono per disfarsi degli scarti dell’estrazione come l’acqua che sale dai pozzi mischiata al petrolio: buche in terra, fiumi, la foresta o versandoli sulle strade perché non si levasse polvere al passaggio dei camion. Pochi media se ne sono mai interessati.
Assieme a un membro del Fronte per la Difesa dell’Amazzonia ci mettiamo, di buon mattino, alla ricerca delle tracce del disastro. Arriviamo nel campo di un vecchio campesino malato di cancro, prima che le piante smettessero di produrre coltivava cacao. Fu tra i primi coloni a stabilirsi qui e quando gli consegnarono il suo nuovo terreno non gli dissero che era sopra una piscina di petrolio ricoperta da qualche metro di terra. Per anni vi ha coltivato il pregiato cacao ecuadoriano che poi i grossisti vendevano a note case di cioccolato svizzere.

Delle malattie che rischiava la sua famiglia non sapeva nulla. Ci racconta che uomini della compagnia dissero che non c’era da preoccuparsi, che anzi spalmato sulla pelle il petrolio faceva bene ai reumatismi. La nonna ne soffriva e si fidò della “cura”, fu la prima ad andarsene.
Texaco voleva ridurre i costi. Per liberarsi degli scarti con poche spese e ancor meno scrupoli disseminò la regione di centinaia di queste piscine, semplici buche piene di rifiuti tossici senza alcuna precauzione per evitar fuoriuscite. Dopo aver lasciato il contadino ne incontriamo una a poca distanza da un abitato: grande come un campo da tennis, abbandonata da un trentennio avvelena la zona e le falde acquifere. Sulle sponde la terra sembra stabile, ma la guida inizia a saltellarci sopra e il suolo imbevuto di petrolio si muove e ondeggia per diversi metri intorno, come un castello gonfiabile.

A colpi di machete procediamo nella selva. Il silenzio è rotto dal rombo lontano di una delle tante ciminiere che brucia il gas salito in superficie dai pozzi. Ci riposiamo in una radura, il terreno é coperto di foglie. Con le punte delle scarpe le spostiamo mettendo a nudo un fazzoletto di terra nero come la pece, annusandolo sembra di infilare il naso in una tanica di benzina. I nostri stivali di gomma sono ricoperti di resti di vegetazione e sostanze grasse e maleodoranti.

Attraversiamo un fiumiciattolo dalle sponde sabbiose, impregnate di oli, uno dei tanti rivoli usati come scarico degli impianti estrattivi che a suo tempo portarono i veleni sino ai fiumi delle comunità indigene, falcidiandole.
Grazie all’inseparabile machete il muro verde cade dinnanzi a noi. Percorriamo un piccolo argine a sinistra del quale è cresciuta una macchia di felci. È un’altra piscina colma di oli, scarti di greggio e acque sporche abbandonata a fianco del pozzo che la alimentava, sulla cui superficie nel corso degli anni si è formato un sottile strato solido di terra, rami e foglie nel quale, stento a crederci, sono riuscite a crescere le felci.
Appena nascosto da esse, si scorge un tubo che si infila sotto l’argine e riemerge dall’altro lato. È la “precauzione” perché la piscina non trasbordi con le piogge. Quando il livello sale il liquido scola per il tubo ed è sputato dall’altro lato dell’argine, dove forma un rigagnolo lungo il fianco della collina. Lo seguiamo fino a un acquitrino che si estende per diversi ettari attorno a noi.

Durante il processo la corte tenne qui un’ispezione giudiziaria. Davanti allo stesso acquitrino l’avvocato di Texaco sostenne che quell’acqua era limpida, si poteva vedere il fondo, che era “adatta al consumo umano”. Limpida lo sembra davvero, ma basta smuovere il fondale con un ramo per scoprire la verità: la terra capovolta è nera, sulla superficie si diffondono macchie oleose e un forte odore di benzina si spande nell’aria.

Texaco se ne andò dall’Ecuador nei primi anni 90 lasciandosi alle spalle una terra malata, 2mila vittime e decine di migliaia di ammalati, numeri tuttavia sottostimati. 30mila cittadini ecuadoriani iniziarono allora una lunga battaglia legale per avere una giustizia che arrivò finalmente l’anno scorso, con la condanna della compagnia a pagare un risarcimento di 18 miliardi di dollari, la cifra più alta che un responsabile di un disastro ambientale sia mai stato condannato a pagare.
Una vittoria storica per il movimento ecologista, ma che non basterà a cancellare quello che è successo, una sconfitta temuta per la compagnia, che ora teme uguali rivendicazioni sorgere in giro per il mondo.

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